Da giorni sto pensando di scrivere alcune mie riflessioni su come questa riforma del Terzo Settore stia cercando di proporre una dimensione della sostenibilità degli enti del terzo settore che vada oltre il Dono, inteso come tradizionale attività di beneficenza. In un passato, non poi così lontano, i donatori erano denominati, almeno nel nostro paese, come Benefattori ovvero persone che attraverso il loro dono facevano del bene ricevendo in cambio un ringraziamento a testimonianza del loro gesto nel tempo. Il riferimento è alle “lapidi” in marmo che ancora oggi possiamo ritrovare nei luoghi delle nostre città, sorte all’epoca grazie a un crowdfunding collettivo o a nobili filantropi.

Ringraziare e rendere nota la donazione per portare un esempio di nobiltà e generosità: questo era quello che si faceva in passato per valorizzare i propri donatori. Oggi, invece, cosa ci chiede un donatore? Qui la questione si complica un po’. Infatti, oltre a un doveroso ringraziamento – preferibilmente entro le 36 ore dalla donazione – e a una altrettanto doverosa accountability (almeno una volta all’anno comunichiamo ai nostri sostenitori come abbiamo impiegato le loro risorse), emerge una nuova opportunità che non è un adempimento: riuscire a far capire ai nostri donatori come il loro aiuto può fare la differenza per quei determinati beneficiari o per quella comunità.

Parliamo quindi dell’Impatto sociale generato tramite il dono attraverso l’operato dell’ente del terzo settore. Quest’ultimo, non è un intermediario, ma è, insieme al donatore, attore del cambiamento su una determinata categoria di beneficiari. Non basta produrre un ospedale per avere un luogo di cura, occorre valutare come all’interno dello stesso il paziente sia ben curato, generando un impatto positivo sulla sua persona, la sua famiglia e tutta la comunità.

Se questo è il criterio di giudizio è presumibile dedurre che non occorrono grandi asset patrimoniali per produrre cambiamenti ad alto impatto sociale, ma ciò che fa la differenza è il modo in cui si utilizzano quelle risorse.

La riforma del terzo settore lancia a tutti noi un messaggio chiaro: i donatori dovranno essere messi al corrente dell’impatto sociale generato dalle nostre attività, perché solo in questo modo potranno valutarci “per davvero” secondo fatti precisi e risultati che vanno oltre una semplice valutazione ragionieristica di fonti e impieghi.

Ricordiamoci ciò che più volte ci ha insegnato il grande “Enzo Bianchi”:

«Donare significa, per definizione, consegnare un bene nelle mani di un altro…»

Questa è la nostra responsabilità. Moltiplicare quel bene per un Bene Comune!

Andrea Romboli

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