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In questo terzo post, desidero ribadire ed approfondire come il 5 per mille rappresenti un’importante opportunità per mettersi alla prova sul fundraising di comunità. Quest’ultimo termine racchiude in sé un modus operandi che le piccole medie organizzazioni non profit conoscono bene: un continuo lavoro relazionale verso la comunità in cui si è all’opera.

Non basta mostrare quello che si fa, ma occorre dimostrare quale valore sociale si genera attraverso la presenza della propria organizzazione non profit sul territorio. Solo in questo modo si può generare capitale sociale, ovvero reputazione e fiducia verso la propria platea di stakeholders. Le persone fisiche, contribuenti e potenziali donatori del 5 per mille, saranno ben lieti di rispondere ad un appello rispetto verso chi ri-conoscono, sia da un punto di vista visivo (brand) che di risultati.

Il successo della campagna è in gran parte nelle nostre mani! Una campagna 5 per mille rappresenta l’opportunità per misurare come un “termometro” la fiducia ed il grado di legittimazione sociale che la comunità ci attribuisce.

Allora mettiamoci all’opera…seguiamo i 9 step identificati nel primo post e valorizziamo ogni piccolo particolare, integriamo la nostra campagna con una comunicazione strutturata ed efficace impiegando le risorse necessarie per generare una rete in grado di veicolare il messaggio della campagna ed innescare una viralità di trasmissione.

Questa regola vale anche per gli enti locali che, o per scelta politica, piuttosto che una non scelta, non promuovono il 5 per mille ai propri cittadini, i quali sarebbero ben contenti di sostenere con un gesto che “non costa nulla” (e non un prelievo fiscale) i servizi sociali della propria amministrazione comunale. Si ricorda inoltre che in questo caso il contribuente non deve fare altro che apporre la propria firma nella casella dedicata (ancora più semplice!).

 

Catia Drocco