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E anche questo 2012 volge al termine. Un anno difficile e certamente impegnativo per le organizzazioni non profit: diminuzione delle risorse disponibili, contratti che non vengono rinnovati o comunque ridimensionati al ribasso, drastici tagli dalle convenzioni con l’Ente Pubblico, la scure dell’Iva per le cooperative, il furto subito dal 5 per mille e in generale i continui scippi ai diritti conquistati … E così le realtà che abbiamo seguito quest’anno hanno dovuto, e purtroppo dovranno ancora, fare i conti con la crisi economica e con l’instabilità e l’incertezza per il futuro, complice anche un contesto politico che sembra voler sottoporre il mondo del non profit a una dura prova di sopravvivenza.

Nel mezzo della grande crisi globale, che secondo autorevoli pareri durerà almeno sino al 2017, abbiamo recentemente riscontrato che il mondo del non profit non si ferma, anzi, certi ambiti come quello della cooperazione è addirittura in crescita sia come dimensione generale sia occupazionale (Censis primo rapporto sulla cooperazione per le imprese cooperative in Italia – novembre 2012).

Vi è una generale contrazione delle risorse pubbliche che sta mettendo a dura prova tutti gli enti non profit che basano la loro attività istituzionale su servizi resi per conto di ASL ed amministrazioni locali, provinciali e regionali (figlie delle vecchie politiche di outsorcing). In modo unilaterale, ad esempio, numerose ASL (sia del nord e sia del sud dell’Italia), stanno diminuendo di circa il 10% le rette per la presa in carico di gravi disabilità, intervenendo inoltre con una massiccia riorganizzazione delle politiche tariffarie rispetto la mobilità di pazienti extraregione. Le vecchie aziende municipalizzate, divenute vere e proprie Holding multi servizi attuano lo stesso ridimensionamento delle tariffe verso tutte quelle cooperative sociali o consorzi che gestiscono sui territorio i servizi di igiene ambientale o manutenzione del verde pubblico.

Il risultato di queste azioni produce un evidente vantaggio per le istituzioni lasciando alle imprese sociali ed ai loro soci l’onere di sostenere bisogni che non sono più remunerati da chi ha commissionato una risposta a tali necessità.

Questi minori ricavi hanno portato, nella migliore delle ipotesi, ad un azzeramento dei margini (talvolta ben inferiori al 10%) se non ad una perdita strutturale d’esercizio.

Di fronte a questa prevedibile realtà come si riuscirà a sopravvivere?

Quest’anno abbiamo assistito a due principali modalità di porsi dinanzi a questo non facile periodo, due differenti reazioni che ben guardando sono un po’ agli estremi opposti: le organizzazioni che, in balia dei tagli e dell’incertezza, hanno lasciato che la paura le congelasse e le organizzazioni che hanno invece avuto il coraggio di investire, di ripensarsi e di innovarsi.

Le prime sono quelle che, in uno stato di immobilismo, hanno lasciato scorrere il tempo nella speranza che qualcosa cambiasse, decidendo (magari anche senza consapevolezza di farlo) di non essere protagoniste attive, ma solamente spettatrici dello scenario poco felice in cui si trovano ad operare. Lo stato di immobilismo ha congelato tutto ciò che, in termini di investimento, riguarda qualcosa considerato un di più rispetto all’attività istituzionale; tagli quindi alla formazione delle Risorse Umane, tagli alla comunicazione e all’area fundraising … Alcuni classici esempi a cui abbiamo purtroppo assistito sono il taglio a qualsiasi investimento per la campagna del 5 per 1000, la soppressione di ogni azione di comunicazione istituzionale (tipico la redazione del Bilancio Sociale), la diminuzione dell’investimento per la campagna del Natale (con i ben prevedibili risultati che questo comporta).

In generale, questa tipologia di organizzazioni, al di là dei singoli casi specifici e dei vari livelli di complessità che ognuna si è trovata ad affrontare, hanno scelto di porsi in uno stato di attesa che probabilmente è apparso loro come rassicurante; sto fermo quindi non corro rischi. Ma chiudersi sotto una campana di vetro quando fuori lo scenario somiglia a una sorta di guerriglia può essere molto pericoloso.

L’altra, rara, categoria di organizzazioni ha invece reagito diversamente, ponendosi in un atteggiamento attivo e propositivo rispetto al contesto di riferimento. Alcune hanno infatti lavorato molto per ripensarsi in termini di nuovi servizi, nuovi mercati e nuove forme di finanziamento. Organizzazioni che hanno dimostrato “una reazione” non solo tagliando sempre più i costi (sino a dismettere la struttura), ma soprattutto innestando processi di cambiamento orientati al mercato, alle persone e alla valorizzazione della propria identità. Si sono quindi messe in gioco per presentarsi al territorio in una nuova veste, rispondendo a bisogni nuovi e ricollocandosi in uno scenario che necessariamente è mutevole. È con entusiasmo che abbiamo lavorato al fianco di realtà che, nonostante tutto, hanno avuto il coraggio e la voglia di investire sulle Risorse Umane interne, che hanno ripensato alla loro comunicazione istituzionale, che hanno iniziato a porre le basi per la costruzione di un’area fundraising per la prima volta dopo vent’anni di attività.

Ed è con questo spirito che ci piace l’idea di augurarvi un Buon Natale, un po’ troppo sognanti e carichi di aspettative forse, ma è solo con questo sguardo che crediamo si possa trovare una strada per risalire.

Buone feste a tutti voi.

Catia e Andrea